La peste del 1630 a Prato, ora Belprato, in una preziosa testimonianza

Nel corso della storia le pestilenze si sono sempre accompagnate a guerre e carestie formando una triade di flagelli che si cercava di allontanare con preghiere ed invocazioni.
Così è stato anche per la peste del 1630 che, pur non essendo più grave di altre precedenti, è particolarmente ricordata dalla storiografia italiana sia perché esiste una sostanziosa documentazione, sia perché è stata magistralmente descritta dal Manzoni. Certamente anche un altro dato è determinante per il ricordo di questa pestilenza e precisamente il fatto che per l’Italia fu l’ultima vera e propria catastrofe demografica.
La peste si presenterà ancora fra noi solo in sporadiche occasioni e non più con una virulenza così pericolosa e diffusa.
Nel Bresciano la peste fu preceduta dagli altri due flagelli richiamati prima. La guerra dei trent’anni che imperversò in Europa dal 1619 al 1659, perché la pace di Westfalia del 1649 di fatto non pose termine agli scontri ed alle violenze, riguardò anche il territorio bresciano per il passaggio delle truppe imperiali impegnate nella guerra di Mantova, cioè nella lotta per il possesso della città dopo l’estinzione della linea maschile dei Gonzaga. Questo segmento di una più vasta guerra si concluse nel 1631 dopo l’occupazione della città da parte delle truppe imperiali e l’immane saccheggio del palazzo ducale con l’asportazione di migliaia di opere d’arte.
Le truppe seminarono desolazione e disperazione nelle contrade bresciane. Come se ciò non bastasse, una dura carestia, dovuta ad inclemenze climatiche ed alle massicce requisizioni di generi alimentari operate dagli eserciti impegnati negli scontri, infierì sulla popolazione rendendola debole ed indifesa.
In questo quadro desolante fece la sua comparsa la peste, lugubre appuntamento purtroppo assai ricorrente nella storia. La malattia nel 1629-30 investì la Lombardia con eccezionale violenza diffondendosi inesorabilmente, mietendo un numero impressionante di vittime con inizio nel territorio di Lecco. Fu portata dai Lanzichenecchi dell’esercito imperiale calati ad ondate su Mantova.
Nel Bresciano la prima notizia allarmante giunse il 17 febbraio del 1630 da Palazzolo dove era stata colpita dal male la famiglia di un fabbro. A seguire le vittime si fecero sempre più numerose; quasi tutti i paesi e la città furono raggiunti dal flagello che infierì sino al gennaio del 1631 per poi placarsi.
I morti furono moltissimi ed anche la Valle Sabbia non venne risparmiata.
Bastano alcuni riferimenti per rendersi conto della portata della catastrofe.
Bagolino, Comune di 4000 abitanti ebbe 2586 morti, Vestone 662, Navono perse 60 capifamiglia su 69, Anfo 29 su 52. Al termine della pestilenza la Valle si trovò con metà della sua popolazione.
Mentre in quasi tutto il Bresciano all’inizio del 1631 l’epidemia era cessata, in alcuni paesi ci furono code con molte vittime anche durante l’estate di tale anno e sino all’autunno inoltrato.
E’ proprio il caso di Prato dove l’epidemia si protrasse sino a novembre del 1631. La documentazione d’archivio esistente, veramente rara e preziosa, ci permette di seguire tutta l’evoluzione di questa tremenda esperienza che ha segnato in modo pesantissimo la comunità.
Nell’Archivio Parrocchiale è conservato il LIBER DEFONTORUM PRATI AB ANNO 1588. NOTA DELLE ORE DEL SS. SACRAMENTO. Su un foglietto aggiunto è scritto: “MORTI 1592 AL 1659. ORE DI ADORAZIONE”. Si tratta di un Registro con duplice funzione: è il libro dei morti ed anche quello della Scola del SS.o Sacramento.
Qualche anno fa ho attentamente approfondito il contenuto e ne sono venute sorprese.
Il Registro contiene quattro pagine un po’ consunte ma assai eloquenti che riassumono la situazione riguardante i morti durante la peste del 1630-31. L’elenco comprende i morti da maggio a novembre del 1631.
Le annotazioni sono abbastanza precise ed impressionanti, anche se non sempre in ordine cronologico, segno dell’eccezionalità del tempo e della paura imperante. E’ però molto importante che si sia conservato il Registro perché denota la volontà della precisione nel fissare gli eventi del dolore immane, anche in considerazione del fatto che molti registri del periodo in parecchi paesi furono volontariamente distrutti per timore del contagio, cosa che non avvenne a Prato.
Venendo al contenuto, nel ripercorrerlo si rivive la pestilenza in tutta la sua crudezza. Da luglio ad agosto del 1631 sotto la dizione “Morti di peste l’ano 1631 di Luio ad Agosto al Lazareto” sono segnati 24 morti.
Segue un altro elenco che sotto il titolo “al Lazaretto di Maggio Giugno 1631 – Morti in questo anno di peste, ot divorati da lupi” riporta i nomi di altri 27 morti.
Questi due elenchi sono preceduti da un altro che, pur non avendo la specificazione degli altri due, riporta l’elenco dei morti nei mesi di settembre, ottobre e novembre sempre del 1631. Sono ben 51, un numero impressionante, proprio mentre il morbo in altri paesi della Valle si era esaurito.
Per avere un quadro preciso della tragedia che colpì il paese bisogna però considerare anche i morti di peste dell’anno precedente, a partire da aprile, quando si iniziava a sospettare della terribile malattia.
Ebbene, da aprile, sino a tutto il settembre del 1630, i morti segnati sono 17, non pochi ma non tali da far pensare ad una fase acuta della malattia che in questa comunità si manifesterà in tutta la sua forza devastante un anno dopo, quando nel Bresciano era sostanzialmente terminata.
Il quadro che ne esce è impressionante. Da aprile del 1630 a novembre del 1631 a Prato morirono ben 119 persone, delle quali 102 nell’arco di tempo compreso tra maggio e novembre del 1631.
Con deduzione logica si può considerare l’incidenza dei morti sul totale della popolazione. Sappiamo che prima del 1630 le tre comunità religiose di Livemmo, Avenone e Prato venivano conteggiate insieme con riferimento alla chiesa madre di Barbaine. In quegli anni i censimenti religiosi parlano di 1200 abitanti. Proprio in quel periodo a Livemmo è documentata una popolazione di più di 500 persone. E’ ragionevole pensare (ed i dati ci confortano in ciò) che le restanti 600 fossero equamente divise tra Prato ed Avenone, con un leggero scarto fra i due paesi.
Quindi l’allora Comune di Prato perse dall’aprile del 1630 al novembre del 1631 più di un terzo della sua popolazione.
Accanto alla morte causata della peste, ci impressiona ancora oggi il fatto che ben 6 persone siano state sbranate dai lupi, segno dell’aggressività probabilmente causata dalla fame, di questi animali e dalla loro diffusione ma anche della debolezza delle persone, con ogni probabilità già ammalate od indebolite dai sintomi della pestilenza, oppure prive di forze per mancanza di cibo.
Si è trattato di una tragedia nella tragedia.
Il 27 giugno 1630 “d. Atonia Zanni devorata dal lupo”. Il 10 agosto sempre del 1630 fu la volta di “Margaritta figl.a di Jacomo Zanni”. L’ultimo di maggio del 1631 anche “Jacomo Fachino figliolo de Ant.o Giovanì” subì la stessa amara sorte. Ma non era ancora finita. L’8 giugno toccava a “Jacomino q. Ant.o Fachini”, il 10 agosto ad “Antonia figliola di m.ro Jo. Gabrieli”. Chiude la serie segnata sul Registro il 5 ottobre “Maria Gabrielli”.
Anche lo spostamento delle persone favoriva il diffondersi della peste.
A Prato non fu certo senza conseguenze il rientro in paese di soldati che avevano prestato servizio nella fortezza di Orzinuovi, allora piazzaforte importante del sistema difensivo veneto in territorio bresciano.
L’atto di morte del soldato Ippolito Gabusi è eloquente: “Hippolito Gabusi essendo stato soldato all’horzi venne a Prato et morì a Lazaretto nella Ria di S.to Ant.o ed ivi fu sepolto adì 2 ottobrio 1630”.
Questo soldato è uno dei primi morti di peste in paese. Dall’atto di morte veniamo a conoscere l’esistenza del lazzaretto ed anche la località nella quale venne approntato. Si tratta della Ria di Sant’Antonio.
Ancora oggi è così chiamato un terreno piuttosto scosceso posto sopra il Borgo a destra della strada, prima di entrare nell’attuale centro abitato, per chi proviene da Nozza.
Sulla parte alta è ubicato un piccolo pianoro che sino a qualche anno fa, secondo alcune testimonianze di anziani del paese, mostrava resti di muri sconnessi. Erano con ogni probabilità la testimonianza dell’antico lazzaretto perché, sempre secondo i ricordi degli anziani, si diceva di rispettare quel luogo perché “sotto c’erano i morti”, naturalmente quelli del contagio essendo nel medesimo luogo ubicato il cimitero per gli appestati come ci indica l’atto di morte del soldato Ippolito.
La localizzazione del lazzaretto era ben studiata, posta in una zona non troppo lontana dall’abitato, in posizione elevata perché non vi fosse il ristagno dell’aria e vicino ad una piccola sorgente perché l’acqua era indispensabile per l’igiene degli ammalati. Non è escluso che sul luogo vi fosse anche qualche segno religioso, come una croce od una cappella andate poi perdute lungo il corso degli anni.
A conclusione di un quadro così desolante si impongono alcune brevi considerazioni di carattere generale, utili per comprendere l’impatto della tragedia sulla popolazione.
Non essendo scientificamente conosciute le cause della peste (i medici del tempo affrontavano il fenomeno con considerazioni filosofiche e morali!), in una società dominata da una visione religiosa della vita, l’immane prova di dolore data dalle pestilenze era accettata con grande rassegnazione ed era vista anche come la conseguenza di un disegno divino superiore ai desideri od al volere degli uomini.
Certe prove, così tremende come quella della peste, portavano a sottolineare ancor più la finitezza della vita, un aspetto oggi poco percepito in una società che troppo spesso tende a proporre un’immagine dell’uomo senza limiti, quasi divinità di se stesso.
A ricordo della grande peste del 1630 rimangono in valle molte testimonianze in affreschi ex voto e in tanti testamenti di appestati che, prima di morire, hanno voluto destinare i loro beni ad opere di carità.

Maggio 2013
Alfredo Bonomi

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