La banda di Livemmo

La storia di un piccolo "gioiello" nato tra il 1926 e il 1927

La Banda, nata a Livemmo tra il 1926 e il 1927, ebbe come ideatori e animatori il sig. Lorenzo Ruffini, il parroco don Freddi e lo «scrivano» Matteo. Il sig. Ruffini era venuto da Irma per sposare la signora Santina, ed era un istintivo amatore e intenditore di musica che, oltre a fungere da organista, sapeva anche suonare bene il bombardino. Il don Freddi ha retto la parrocchia di Livemmo per ben 20 anni (dal 1919 al 1941, ndr), ed è diventato ormai una figura fiabesca per i molti che ancora lo ricordano, con la sua contadinesca bontà e saggezza, il suo amore per la musica e… le sue due paia di occhiali permanentemente sul naso quando usciva di casa. Matteo era lo «scrivano», una parola ormai decaduta e relegata in quel lontano mondo deamicisiano in cui un esattore delle tasse, un parroco e un impiegato comunale potevano unirsi per dare vita ad una consorteria musicale.

L’acquisto degli strumenti fu fatto a spese del Comune, con il denaro ricavato dal taglio di alcune «paghere». Erano ben 33 gli strumenti: cornette, clarinetti, bombardini, il tuba basso, i piatti, il tamburo, il tricorno e uno dal nome a me del tutto sconosciuto: il genis-controcanto.

La banda verso gli anni ’50

Di Livemmo si ricorda:
Bortolo Scuri (Sguiserì), che lui suonava la cornetta 
L’Ardicio,

Turri Zanoni Antonio De’ Mori,
Turri Zanoni Giuseppe de Mori (El Baldo),
Piccini Felice (Fariseo),

Piccini Primo de’ Orbi,
Piccini Angelo (Savalì),
Piccini Angelo (Chico),
Meschini Faustino (Fai, marito della Micia),
Giacomo Turrini (dei Siorangei),
Bonomini Angelo (dei Cominecc),

Bonomini Marco (dei Cominecc),
Bonomini Ceto (dei Ross – emigrato e morto in Argentina),
Bonomini Pierino (dei Pinardi),
Turrini Andrea (Seresa),
Turrini Pierangelo,
Turri Zanoni Giovanni (Gianetto)

Da Odeno:
Brescianini Celestino,
Castelli Pietro.

DiaNoffo:
Omodei Cecchino, che suonava col fratello «Nieri» e col papà, la famiglia dei «Flogn».

Da Avenone:
Bonomi Angelo, meglio conosciuto come «El Maela»,
Bonomi Luigi, detto «El Bala»

Le prove si effettuavano due o tre volte alla settimana nel salone dell’Osteria dell’Angelo; quella gestita dal «Pelo» nella Piazza del Riposo, ora ribattezzata piazza Guglielmo Marconi. La faticaccia dei prati e delle stalle si alternava, così, con il «raffinato riposo della musica», e poi si continuava ad esercitarsi a casa, dove gli strumenti brillavano, ben tenuti e lucidati. Le prime lezioni di musica sono state tenute dai tre ideatori e fondatori della Banda, ma soprattutto dal sig. Ruffini.

Il primo maestro della Banda fu Bettinzoli Pierino di Lodrino, che si alternava col sig. Ruffini. Venne, poi, il maestro Dolcetti di Casto. Il sabato e la domenica la passavano a Livemmo. Con quale mezzo venivano? Con la cavalcatura di S. Francesco, dato che allora la strada era ancora lontana da venire. E intanto il repertorio cresceva: erano marce, polke, mazurche, valzer, secondo il gusto del tempo, e poi: Sulle onde del Danubio, la sinfonia della Sonnambula, quella del Guglielmo Teli, pezzi d’opera e canti religiosi, secondo le occasioni. Ormai suonavano in pubblico: nelle Processioni, alla Madonna del Carmine, a S. Andrea, al seguito di qualche funerale, durante le feste civili. La manifestazione più allegra è stata per i festeggiamenti in onore di quelli tornati dall’Etiopia, dove erano stati ingaggiati per la costruzione di alcune strade. Tutti riuniti all’Osteria del Crippa, la Banda ha suonato a «tutto fiato», e poi via… con formaggio e «pa’ e béscott».

Durante gli anni trenta è arrivato il Vescovo per il consueto giro pastorale. Lo ricordo anch’io quell’arrivo del Vescovo Gaggia sopra un mulo tutto bardato con carte colorate, e la Banda che suonava a S. Rocco, dato che il Vescovo veniva da Avenone. L’Antonio dei Mori suonava la cornetta vestito con la cotta, perché fungeva anche da sacrestano. La Banda rappresentava il cosiddetto fiore all’occhiello del paese, e tutti ne erano orgogliosi. Ma ben presto è scoppiata la guerra, ed altro che gli orgogli se ne sono andati! I suonatori sono partiti per il fronte e quasi tutti per la Russia. Non era più tempo di musica, ma solo di lacrime e di paure.

Una nuova fase Finisce la guerra, ed ora il nuovo parroco don Mario Delalio, giovane e intraprendente, fa rinascere la Banda. Si ripuliscono gli strumenti e si ingaggiano i nuovi suonatori, accanto ai pochissimi rimasti della vecchia guardia. Sono quasi tutti giovanissimi. Il più giovane è Mario Bonomini di 11 anni, molti altri sono poco più che quindicenni. Li vogliamo ricordare:

  • Gian Pietro Bonomini
  • Pierino Crippa,
  • Giovanni Zanolini (Godi),
  • Marco Zanolini,
  • Giovanni Piccini (Gioanì),
  • Turri Zanoni Bernardo,
  • Turri Zanoni Nando,
  • Tomasini Battista (Bimba),
  • Turrini Antonio (Pera),
  • Tomasini Pierino (Ino),
  • Tomasini Franco (ahimè, deceduto ancora giovanissimo),
  • Bonomini Angelo (Basia),
  • Scuri Giovanni (Nani),
  • Turri Zanoni Giovanni (Cua),
  • Scuri Bortolo (Tamburela),
  • Zanolini Francesco.

Don Mario impartisce le prime lezioni coadiuvato dal sig. Ruffini, e poi arriva il nuovo Maestro che dà un grande impulso alla Banda, Luigi Perotti di Sarezzo, conosciuto come «Gigi forner». Corazzato da grande passione, arrivava in bicicletta fino a Marmentino; il resto era una passeggiata a piedi. Anche con pioggia e neve. Sotto la sua direzione, la Banda ha, per così dire, benedetto il primo tronco della strada da Nozza a Belprato. Dopo secoli di isolamento dalla valle, quel tronco di strada rappresentava veramente una svolta di vita. Quando Padre Augusto Bonomini celebra la prima Messa, suo padre Pietro, il «Tutù», offre a tutti i suonatori il cappello della divisa. E giunge anche la prima trasferta della Banda a S. Marino della Battaglia.

Tutto sembra riprendere per meglio. Ma la «necessità» dei poveri impone ancora una volta l’emigrazione, verso l’Australia e la Svizzera, oltre al fatto che si comincia a lavorare come operai a Odolo e a Vestone. La Banda si assottiglia sempre più e si è costretti a decretarne la fine. Dove saranno ora tutti quei strumenti? Starebbero certo bene in un Museo al quale potrebbero nascere nuove scintille, ma chi si sente di staccarsi da oggetti che hanno rappresentato un periodo d’oro della propria vita? In quanto alla lega di quell’«oro», si sa che il suo valore è strettamente soggettivo.

Carla Leali
dall’Eco delle Pertiche 1991 – n° 5

A San Martino della Battaglia (04/05/1933)

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Don`t copy text!