La tradizione della festa di Sant’Andrea a Livemmo con la classica torta

 

A Livemmo di Pertica Alta, le ricorrenze legate alla tradizione sono tre: San Marco (il 25 aprile con le sante quarant’ore, dove ci celebra la dedicazione alla parrocchiale), la Madonna del Monte Carmelo il 16 luglio, con la solenne processione e Sant’Andrea, legata alla prima chiesa cattolica delle Pertiche, ovvero il Santuario dei Morti di Barbaine.

Le tradizioni di una volta

Vi era un’epoca dove le stagioni della natura, andavano a braccetto con le stagioni umane. La natura donava e toglieva e l’uomo cercava di sfruttare ogni istante e ogni cosa, per la sopravvivenza. La natura scandiva il tempo e il ritmo delle azioni e delle attività.

Nelle piccole borgate di montagna, si allevavano le bestie, si coltivavano e falciavano i prativi e si raccoglievano i frutti spontanei della terra.

Tutto si conosceva, tutto era utile e nulla veniva sprecato. Le solennità erano rare, ma in quei giorni era gran festa.

 

La chiesa dei Morti di Barbaine, dedicata a S. Andrea

Luogo di venerazione e di preghiera, la chiesa dei Morti di Barbaine era meta della popolazione che portava le proprie richieste, le proprie invocazioni, in periodi di difficoltà personali, ma anche e soprattutto in tempi funestati da carestie, da miseria, da epidemie di mortali malattie.

Qui, venivano sepolti i morti, non solo di Livemmo, ma anche degli altri paeselli della Val Pertica, così il feretro veniva trasportato per 10, 15, 20 km per giungere alla chiesa di Barbaine; nel caso dei paesi più lontani, durante l’inverno, quando c’erano forti nevicate, che rendevano impraticabile il trasporto sulle le irte “cavalere”, si conserva la salma in casa e si procrastinava la sepoltura nella bella stagione.

Non solo, il culto rivolto a Barbaine, accrebbe ancor di più, quando vennero sepolti i numerosi morti delle pesti che sconvolsero il territorio, fra il ‘500 e il ‘600.

La tradizione della Festa di Sant’Andrea a Livemmo

A Sant’Andrea si svolgeva una gran sagra, con canti, balli e grandi baldorie, che duravano anche 3 giorni. Questi festeggiamenti “sfrenati” erano invisi alla dottrinale visione religiosa, soprattutto perché cadevano in tempo d’avvento. Così, accadeva, che il popolo celebrasse una festività civile, che cadeva la domenica precedente l’inizio dell’avvento.

Le famiglie si riuniscono per il pranzo, era un modo anche per ricordare i cari che non c’erano più, un motivo per mantenere vivo e saldo il legame la terra natia e con il passato, che è sempre padre del nostro presente.

Tutti questi sentimenti li si ritrovano nel Santuario di Barbaine. Le pietanze erano costituite dalle poche cose che avevano a disposizione, animali da cortile, polenta, formaggi ecc.

Livemmo e la torta di Sant’Andrea

Il pranzo si concludeva con la torta tradizionale. La massaia, già nei giorni precedenti era tutta indaffarata nelle preparazioni.

I dolci venivano fatti prima, per favorire la lievitazione e per poter portare la torta a cuocere nel forno del fornaio. Si creavano lunghe code nell’attesa del proprio turno ed era necessario fare un segno distintivo sulla torta per poterla riconoscere al momento del ritiro.

A San Marco si preparava lo “Scalitù”, la tipica ciambella. A Sant’Adrea si impastava la torta di noci e nocciole. Gli ingredienti erano semplici: farina, uova, zucchero ecc.

Le noci e nocciole erano un frutto molto nutriente e presenti in gran quantità sul territorio perticarolo… le noci in particolare, insieme alla castagna, alla polenta e al latte, hanno permesso la sopravvivenza e la crescita di numerose generazioni.

I frutti venivano raccolti nelle piantagioni e venivano messi ad essiccare nei solai, dove venivano girate e rigirate. Una parte del raccolto veniva usato per il sostentamento della famiglia, un’altra parte, possibilmente, veniva venduta per ottenere un ritorno economico.

Sant’Andrea ci riporta, con la sua storia e la sua tradizione, all’essenzialità nel rapporto fra la grandezza del creato e la piccolezza dell’uomo, un rapporto che per secoli si è basato sul rispetto reciproco. Ultimamente questo rapporto si è incrinato, forse proprio perché il nostro sguardo è più rivolto alla modernità futura, più che agli antichi insegnamenti che ci giungono dal nostro passato. Un patrimonio da non lasciar cadere nell’oblio.

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