La lotta partigiana nella testimonianza di Carla Leali

«Ho maturato le mie convinzioni antifasciste nell’ambito della Fuci e dell’ambiente dell’oratorio filippino della Pace a Brescia...»

VallesabbiaNews, 21 marzo 2016

Iniziai la mia attività antifascista distribuendo il giornale clandestino “Il ribelle”.
Quando la mia famiglia si trasferì in Val Sabbia, a Livemmo, con l’aiuto di mia madre, svolsi un’attività di sostegno e di collaborazione con il movimento partigiano valsabbino e con la Brigata Fiamme Verdi Perlasca, fornendo ospitalità in casa, assistenza e informazioni.

Non abbiam fatto la guerra noi; no, abbiam fatto le donne: assistevamo i vivi, onoravamo i morti, cercavamo di lavare i feriti, si curavano gli ammalati, si dava da mangiare e da dormire ai rifugiati e poi ci si trovava e si facevano anche le nostre riunioni più o meno intellettuali.
Quando si sapeva che c’erano i nazi-fascisti si suonavano le campane. E poi noi tutte donne, quand’era possibile, facevamo dei grandi bucati e stendevamo.
E queste lenzuola stese, magari anche se c’era brutto tempo, era l’avviso che c’erano repubblichini o tedeschi. Questo era l’accordo di tutto il paese con i partigiani.

I funerali, anche nelle fasi più cruente dello scontro, quando i paesi e le vallate erano sconvolti dai rastrellamenti e dal pericolo delle rappresaglie sui civili inermi, rappresentano un momento di forte identificazione emotiva e ideale della popolazione con i valori per cui combattevano i ribelli.

La morte di Emiliano Rinaldini

Dopo la morte di Emiliano Rinaldini per due giorni si registrò un pellegrinaggio continuo di gente; gli uomini facevano la ronda e controllavano che non arrivassero reparti nazi-fascisti, le ragazze preparano corone e addobbi con pungitopo, bucanevi, elleboro: una serie di manifestazioni che erano omaggio a Emi e dichiarazione di spirito antifascista e che contrastavano con l’immagine dei fascisti che trascinavano il prigioniero per i paesi sputandogli addosso e, dopo averlo fucilato, portavano in giro, come grotteschi e macabri trofei, le sue scarpe apostrofando i paesani e chiedendo loro se avevano visto in giro un bandito scalzo.
Tutti sanno che nella tasca di Emi abbiamo trovato l’imitazione di Cristo insanguinata, ma la cosa che ho trovato io e mi ha fatto piangere, mi ha fatto una pena, erano due nocciole.
Venivano da tutti i paesi, perfino i vecchi, tutti proprio lì a trovare questa salma. Io ho anche fatto scattare le fotografie; avevo anche tagliato uno dei suoi riccioli. Appena finita la guerra sono andata dalla sua mamma e le ho dato tutto.

Un funerale partigiano fortemente legato alle tradizioni della gente di montagna è anche quello che i compagni d’arme avevano organizzato con grande semplicità a “Fabio” Mario Pelizzari nel settembre 1944. Mi ricordo quella pioggerellina lenta, un pretino davanti a noi. Nel cimiterino c’era la fossa già aperta e i partigiani hanno cantato “Stelutis Alpinis”.

Nei paesi si registrava una coralità di aiuto ai partigiani, evidente fin dal 8 settembre, come un fatto di estrema naturalezza. La comunità rurale riusciva a isolare i potenziali pericoli: il fascista, il segretario del fascio o il segretario comunale, poche altre figure di notabili locali che si sono schierate con la RSI, addirittura a valutarne i diversi gradi di pericolosità e a collocare su piani differenti “fascisti”, “fascistelli” e “ragazzotti” che hanno risposto ai bandi di arruolamento della Rsi.
Mentre con i primi era scontro aperto, i “fascistelli” potevano essere resi inoffensivi con “una spaventatina” come capitò al segretario comunale di Livemmo trascinato fuori dal letto una notte da un gruppo di partigiani della “Perlasca” e minacciato di morte.

(Adattamento dal libro Dalle storie alla Storia, a cura di Bruna Franceschini, Grafo, 2007)

Fonte
VallesabbiaNews

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