Niccolò Piccinino: il volto di colui che devastò la Pertica

Quando il comandante si vendicò nelle nostre terre

Scattare una fotografia è praticamente entrato nella nostra quotidianità. Chi, tra giovani e meno giovani, ha un cellulare intelligente (smartphone) non di rado si ferma in Barbaine o per le nostre contrade per “rubare” un momento di quotidianità. C’è anche chi fra noi, più tecnologico di altri, ha voluto condividere questi momenti, anche tratti da un passato non troppo lontano ma comunque in bianco e nero, lasciando le foto su internet. Ma come possiamo ricordare i volti di un passato molto più lontano? Beh, in qualche caso ci aiutano i grandi artisti, che grazie alla pittura e la scultura hanno prodotto i ritratti. È così che il maestro veronese Pisanello ci consegna, attraverso una sua opera, il volto di Niccolò Piccinino.

Ritratto di Niccolò Piccinino, Pisanello, Codice Villardi, Museo del Louvre, Parigi. Foto tratta da Wikipedia

È un nome terribile quello del Piccinino, che soprattutto Livemmo, Belprato e Avenone (ma non sono da escludere Odeno, Forno d’Ono, la località di Barbaine e Vestone) evoca distruzione e morte. Era, infatti, la fine di gennaio del 1439 quando questo capitano di ventura guidò un esercito attraverso la Valle Sabbia, passando proprio per le Pertiche. Siamo nel bel mezzo della guerra tra il Ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia. Brescia, esasperata dal dominio dei milanesi Visconti, si era consegnata già nel 1426 ai veneziani. Questa “calata di braghe” della città ebbe ripercussioni su tutto il territorio bresciano da lei dominato. Effettivamente la Valle Trompia, la Valle Sabbia, la Bassa e, malgrado le scaramucce con Brescia, la Valle Camonica divennero territorio della Serenissima Repubblica Veneta. A questo punto si scatena il pandemonio: una guerra che a più riprese devasta il territorio bresciano e bergamasco dal 1426 fino al 1454. A quest’anno risale la Pace di Lodi, evento che segna la fine del conflitto fra milanesi e veneziani.

Che centra tutto ciò con il nostro Niccolò Piccinino? Il Piccinino era comandante delle truppe dei Milanesi quando venne sconfitto a Castel Romano dal conte Paride di Lodrone, ai quali si erano affidati i veneziani. Al Piccinino questa sconfitta rodeva parecchio. Decise così di muoversi verso il Trentino per regolare i conti. Saputo che tra le schiere del Lodrone vi erano stati anche dei perticaroli, il Piccinino decise di prendere la stretta via che saliva proprio ai nostri paesi per arrivare in Trentino. Con animo di vendetta marciò sulle nostre vallette, guidato da un certo Butturino di Ono (Degno…) e, una volta giuntovi, fece mettere a ferro e fuoco Livemmo, Avenone e Belprato. Il passaggio fu devastante se pensiamo che i danni venivano ancora lamentati nel 1704, quando il Don Antonio Zambelli avvia il bel manoscritto sulle memorie dei Privilegi dell’antichissima Parrocchia di Barbaine (oggi nell’archivio parrocchiale della canonica di Livemmo). Lo Zambelli si discolpa della carenza dei documenti pertinenti alla piccola “cattedrale” della Pertica accusando il Piccinino (che era passato per lì esattamente 265 anni prima), ma anche a causa della peste del 1630. Indubbiamente il Piccinino fu un grande uomo di ventura, conosciutissimo all’epoca per il suo vigore e per la sua ferocia (era figlio di un macellaio, i presupposti per far carneficina c’erano già alla nascita). La sua fama ci è confermata proprio dalla medaglia in bronzo che il Pisanello (Antonio di Puccio Pisano) conia tra il 1439 e il 1441. Per realizzarla l’artista prima ritrae il Piccinino su un foglio, oggi custodito nel Codice Vallardi al Museo del Louvre (Parigi).

Il Piccinino è ritratto di profilo, proprio come voleva la “moda” italiana del tempo, indossa un copricapo che si affloscia leggermente. Lo stesso profilo severo appare sulla medaglia firmata dall’artista, così come lo stesso copricapo. Nella medaglia, però, l’abito sembra essersi trasformato in una vera e propria armatura sotto la quale, come denuncia il colletto, sta una cotta di maglia, le labbra, inoltre, sembrano più maggiormente serrate in una espressione da bullo. Ecco il volto del flagello della pertica, il volto contro cui gli stessi Santi Faustino e Giovita avevano combattuto apparendo sul bastione del Roverotto (antiche mura di Brescia) respingendo con le loro mani le palle di cannone.

Alessandro Darra

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