“Del cavar et lavorar la vena”

Intorno al forno fusorio di Livemmo

Un misto di indistinta curiosità e di appassionata ricerca di archeologia industriale mi avevano condotto, in una terrigna mattinata di novembre del lontano 1970, a riscoprire i resti dell’antico forno fusorio di Livemmo, recentemente restaurato.
Poche arcate in cinerea pietra, conici tumuli ricoperte da zolle calpestate, qua e là, da individui con marcati istinti venatori alla ricerca di altre impronte animali, niente più. Il resto bosco, piante prevalentemente di duro nocciolo e di pioppo tremulo, tinte dagli ultimi pungenti colori autunnali.
Sopra tutti, il monotono, cadenzato gorgoglìo della tersissima acqua del torrente Tovere. Indispensabile per la siderurgia, che privilegiava posizioni con possibilità di sfruttamento di abbondanti corsi d’acqua, sia per i forni che per i magli.
Il territorio dove è situato il forno, incuneato in una strettissima valle, rivela una certa arditezza, giudicandolo noi inadatto e logisticamente scomodo.
Ma le tecniche del tempo evidentemente prevedevano parametri di individuazione dei luoghi ben diverse dalle nostre.
Importanza fondamentale, per quest’impresa, oltre all’acqua, era la presenza di fitte boscaglie.
Scrive Francesco Mornico, imprenditore nel 1785:
“…per la manifattura del ferro è necessario avere della legna per formare il carbone, senza del quale né può liquefarsi il metallo, né possono prepararsi i susseguenti articoli della manifattura”.
Non a caso, quindi, più sopra, nel lontano 1315, in una valletta percorsa dall’esiguo torrente Fusio, un certo Lanfranco, figlio di Nicolino Alberghini, guelfo di Brescia, si era attestato, come in una fortezza naturale, facendo costruire alcune abitazioni, un forno per il ferro, un mulino, una segheria. Per la scarsità di acqua del torrente, non sufficiente a far battere il maglio, cercò, in seguito, un luogo più adatto. Lo trovò ad Ono, dove si trasferì, costruendo nuove abitazioni ed un nuovo forno, appunto Forno d’Ono.
La Cronaca della città e provincia di Brescia così lo ricorda:
“…ritrovò una valletta ed un fiumicello di poca cosa denominato Fusio.
Quivi pure eranvi bone selve di legne, con alcune abitazioni pastoriere poco distanti, onde fatti maturi riflessi qui Lanfranco destinò la meta di sue risoluzioni, per far poi fabbricare in breve abitazioni, fucine e quanto mai e per sistemar poscia le sue cose di maggior vantaggio.
…Avanzata la fabbrica della fucina e ridotta a termine ritrovò che l’acqua non bastava per battere il maglio.
…Finalmente risolse una mattina di cercar altro luogo più adatto… scorse i paesi della Pertica allora abitata da pochi, e pervenuti a Hono ritrovarono nel fondo della valle due fiumi che si aggiungevano assieme in uno stesso luogo con buona quantità d’acque ottimissime a far lavorare ogni sorte di edifizi…”.
A poco a poco l’impervia e boscosa valle divenne industre.
Non che abbandonasse le allora attività preminenti, come l’allevamento, il taglio del bosco e la cura delle armi, ma accanto a queste nasceva, piccola e persistente, la nuova siderurgia. Si sviluppava lungo i secoli in un crescendo di notevoli proporzioni, creando sicuro lavoro e diffusa ricchezza, fina alla crisi di fine Ottocento.
Appaiono oggi giuste e avvalorate da probanti constatazioni le note di Bortolo Benedini, segretario della Camera di Commercio Bresciana, nel 1882:
“Percorrendo i nostri monti, ed in specie quelli della Valle Sabbia, ove per v’ha abbondanza di minerale, si incontrano ufficine cadenti e diroccate, e dove il metallo rubefatto scintillava sgorgando dal forno e sotto il martello dell’industre valligiano, ora è deserto e silenzio di morte. La piccola industria del ferro sembra decisamente condannata…”.
Del forno fusorio di Livemmo, in specifico, non si hanno approfondite notizie.
Cessò la sua attività nel 1848, come si evince da un rapporto del 1851 dedicato agli impianti siderurgici presenti in Valle Sabbia e redatto dal commissario distrettuale di Vestone. Inattività dovuta a seguito della progressiva e, sembrava inarrestabile, decadenza dell’industria siderurgica in Valle. (1)
La vena qui lavorata proveniva da Collio Val Trompia e si chiamava anticamente “molle”, nel secolo XVI fu chiamata “ossi”, perché dava ferro duro o “azzale”. (2)
L’escavazione del minerale di ferro era attuata in gallerie che seguivano la “vena”: un dedalo di cunicoli, che procedevano senza piani prestabiliti, a cui si accedeva per mezzo di piani inclinati e pozzi.
L’aereazione era garantita da spiragli.
“Vano (vanno) a cavar la vena del ferro (…) di sotto via i monti, per cinque o sei miglia et più con pericolo delle loro vite, portando ciascun d’essi et anco le donne il zerlino tenendo sopra la testa un lusore che conduca quella persona fino fuori della montagna”. (3)
L’orario di lavoro dei minatori prevedeva 60 ore settimanali, suddivise in cinque giorni, attuato nei mesi che vanno da novembre ad aprile. Molti erano i contadini che, liberi dai lavori agricoli estivi, prestavano la loro massacrante opera.
I metodi di escavazione delle miniere erano, a dir poco e male, arretrati e faticosissimi. Grandi falò di legna, accesi nei giorni non lavorativi, intaccavano la roccia, lavorata poi con picconi e zappe.
La “vena” estratta subiva, quindi, una immediata prima cernita. Il materiale scadente non veniva sempre portato all’esterno (lavoro che spettava alle donne e ai bambini), ma spesso usato per le costruzioni di supporto alle gallerie, soprattutto con muri a secco supportati dal legnami di robinia o di castagno, per evitare i comunque numerosi crolli.
Una successiva depurazione avveniva nelle “regane”, fornaci poste nei pressi della miniera.
Inquietante e rabbrividente appare la testimonianza del 1844 sul lavoro in miniera dei bambini e ragazzi (citata nel Rapporto del Commissario di polizia di Brescia), relativa ai giacimenti della Valle Sabbia e della Valle Trompia.
“E fanciulli e fanciulle smalgamati insieme, con pericolo della vita, e fors’anche con pregiudizio della morale, si spingono carponi nelle viscere dei monti quasi ignudi talvolta in mezzo ai rivi d’acqua, al freddo e all’umidità, portando fuori la loro bisaccia di materia ferrea a grande stento raccolta”.
Anche lo statista Giuseppe Zanardelli, nelle sue Lettere, scrive:
“…E invero chi non stupirà oggi di scavi, i quali praticarono sì anguste crune da dover valersi per l’estrazione del minerale di fanciulli che appena trascorsero l’età dell’infanzia? E questi fanciulli di sette ad otto anni devono asportare sul dorso ad uno ad uno quella quantità di materiale onde sono capaci, che potete immaginare quanto poca essa sia: (…) tanto più che la loro giornata di lavoro è assai più lunga che ne’ tempi addietro non fosse, poiché, quando scriveva il Sabatti (1807), era di sette ore, mentre adesso raggiunge le dodici ore, di cui il misero minatore misura il lungo corso della quantità d’olio che lentamente consuma la lucerna, la quale gl’illumina quelle tenebrose spelonche…”.
Se la Val Trompia era, come riferisce Paolo Correr nella sua Relazione del 1562, “copiosa di vene di ferro, perché tutti quei monti ne sono pieni et se ne cavano da più di 50 busi, o veramente fori…”, si hanno notizie di miniere anche in Valle Sabbia.
E precisamente, dal censimento del 1703, 12 di ferro, 3 di piombo, 8 di rame, 1 di piombo e ferro, 2 di argento.
Ancora nel 1797 erano aperte le miniere del ferro presso Bagolino, Casto, Lavino, Aveno di Prato, Levrange, Vestone, Lavenone. (4)
Data la scarsità del prodotto escavato, erano largamente insufficienti ai bisogni dei forni valligiani.
Particolare importanza, in questo contesto, ha il trasporto del materiale, effettuato con muli e cavalli. Ma non sempre. I pesi venivano caricati sulle spalle quando le strade impervie impedivano l’accesso ai forni; di regola, i carbonai provvedevano al trasporto della legna e del carbone nello stesso modo.
Il minerale viaggiava in modo privilegiato e, dopo la prima fase di arrostimento in prossimità delle miniere, era portato ai forni fusori “coi muli per sentieri aspri e pericolosi” si legge negli svariati documenti.
Tutto si doveva allora “portar di lontano sulle spalle…tutto sul dorso…”.
Ma come era il forno?
Soldo ce lo descrive quasi con avvertito stupore:
“Con o senza mantici, (con) o senza rota, ma solo col vento causato dall’acqua che artificiosamente casca in certe concavità, lavora colando la vena et facendo il ferro come fanno gli altri forni che vanno con ruote et mantici, et manco spesa assai; cosa stupenda et degna di essere veduta”.
Erano strutture abbastanza rudimentali, costituite, a volte, da scavi ricavati nel terreno, riempiti con minerale e carbone di legna. Si dava fuoco al carbone, per portare il forno ad una temperatura di circa 1200° C, attraverso la corrente d’aria prodotta dai mantici (e con successiva invenzione dalla tromba eolica). Ma per fondere il ferro occorrono altre 1537° C. Il prodotto di questa incompleta fusione era dunque una massa spugnosa di scoria non metallica e ferro, detta “massello”, “ovvero cavezzi – come scrive Giovanni Da Lezze nel 1609 – che sono pezzetti di ferro longhi mezo brazo, et di pesa chi d’un peso, chi di manco, secondo la grandezza dell’instrumento che si vuol fare”.
Attraverso una successiva arroventatura del massello, con la martellatura, si poteva espellere la scoria.
Questo sistema perdurò, nei grossi forni, fino al 1500 ed oltre, dando poi luogo a sistemi più perfezionati attraverso la soppressione del massello ed alla produzione continua di ghisa.
Nei piccoli centri siderurgici valligiani, invece, la tecnica era sempre quella precedente, del bassoforno, con la produzione del massello, da cui veniva poi ricavato il ferro.
Generalmente i proprietari dei forni erano privati, con partecipazioni di quote e/o di azioni.
Ma non era infrequente il caso che il comune si accollasse l’iniziativa di avere propri forni, da dare in gestione controllata alla popolazione. Scrive, infatti, F. Giordano:
“I primi forni fusori venero in origine, e specialmente nelle Valli orientali, eretti a spese dei comuni o delle frazioni dei comuni. Ognuno degli antichi abitanti, e sotto certe condizioni anche gli estranei al comune, avevano diritto di fondervi per turno i loro minerali coi propri carboni… L’ordine di successione nell’uso del forno tra i diversi utenti veniva definito a sorte e nessuno poteva valersene per più di 12 giorni, salvo a riprendere l’operazione con l’ordine istesso dopo compiuto il turno di ciascun interessato”.
Il prezzo d’affitto, fissato dal comune, nel 1600 circa, era di l. 20 a ora (ora era il periodo del giorno e della notte).
Parlando dei forni fusori di Bagolino (gli stessi da cui si originerà il drammatico e funesto incendio del 1779), Giovanni da Lezze afferma che “si cava da detti forni il ferro crudo per cadaun forno per circa pera 14, che sono 14 pesi al paro, che moltiplicati sono pesi 196”.
La produzione giornaliera di ognuno dei forni di Bagolino doveva essere dunque di circa 15 quintali e la produzione annua di tutti i forni delle valli bresciane di circa 40-45.000 quintali. (5)
Inoltre, le “campagne” dei forni non duravano mai più di sei-sette mesi all’anno, “et il resto và vacuo, et quisto per mancamento della monitione, perché nel tempo che va vacuo si provvede per il forno venturo”.
Il minerale di ferro, o “vena”, costava, secondo il Catastico Bresciano, 25 gazzette il ster (1 stera = 14 pesi), “et resta netto ogni staro dal forno per la mittà in circa, lavorandosi dell’azzal i martelli da molino, che vagliono 15 Marcelli il peso, et si adoperano anco detti azzali in altro instrumenti per l’agricoltura all’istesso pretio fabbricati del tutto, et ogni Marcello è 4 gazzette e dui quattrini”.
Nell’anno 1609, la ghisa ottenuta dai circa 20 forni delle valli bresciane veniva lavorata in “diversi edificij di fucine, dove di novo ricola, et da maestri con arte, et con il fuoco, et con gli magli, che sono martelli grossissimi che battono a forza d’acqua viene disposta in varie forme, et modi, et varj usi”.
I “diversi edificij” di fucine erano divisi in fucine “grosse” e in fucine “minute”: nelle prime si affinava la ghisa per ricavare o ferro o acciaio; nelle seconde si lavoravano il ferro e l’acciaio per ricavarne i vari prodotti.
Il ferro affinato nelle fucine “grosse” veniva poi portato in quelle “da lavorar minuto” in cui i “masselli si dispongono in varj usi”.
Le valli bresciane si erano specializzate, ognuna in una produzione particolare.
In Valle Trompia si fabbricavano soprattutto armi da fuoco; in Valle Camonica armi bianche; in Valle Sabbia attrezzi agricoli.
Armi bianche venivano lavorate anche nella “Perticha”, unitamente a chioderie, attrezzi agricoli e lamiere., produzione quest’ultima di spicco nelle 35 fucine del Savallese.
Attorno al forno, secondo il Catastico Bresciano, lavoravano “duodeci huomeni, che guadagnano secondo li essercitij loro, perché alcuni portano il carbone, altri solecitano il forno veggiando giorno, et notte”.
E’ chiaro, però, che un solo forno assicurava lavoro a molte più persone, tra focinatori, chiodaroli, pestaloppe (chi portava la “vena” o il ferro), taglialegna, carbonai, braschini (chi trasportava il carbone), mulattieri.
A riguardo di questi ultimi, il Buccio, nella sua Istoria di Bagolino, si sofferma in una analitica descrizione, dato lo spettacolo laborioso, nel “vedere truppe d’uomini carichi gli omeri di pesante ordigno salire l’erto della grave montagna detta Maniva, poi con pesantissimo carico minerale non diremo discendere a bel agio, ma precipitare abbasso…”.
Non potevano gli stessi Statuti della Valle Sabbia del 1573 non prendere in considerazione una materia economica così importante.
Gli ordini inclusi sono perentori e precisi, sia per la regolamentazione delle acque, sia per la buona conservazione delle strutture del forno, sia per gli addebiti ai guastatori, sia per i rapporti tra la “compagnia” e i compartecipi.
“…Se colui che farà ferro, o altri della sua famiglia ardirà di buttar vena nel canicchio (conduttura d’acqua), gli sia pena soldi vinti per badile di vena…se per tale disordine il canicchio s’ingherasse, si che il forno ne andasse giù, debba pagar alla compagnia per li suoi danni, o interessi lire duecento…”.
Con la già accennata crisi siderurgica di fine Ottocento, decadenza dovuta soprattutto all’”arenamento del commercio”, il fucinatore ritorna alle usate abitudini dei padri: “…si procura il sostentamento col raccogliere legne e pattume nei boschi dei comuni giusta l’antica consuetudine”.
Si tratta, però, non di una decretata fine, ma di un momentaneo arresto dei meccanismi economici di sviluppo, per se stessi farraginosi e che ormai segnavano il passo.
La nuova siderurgia, all’alba del Novecento, troverà una collocazione ed uno sviluppo di considerevole importanza economica, sorgendo proprio dalle ceneri della passata decadenza ed assumendo rilevanza qualitativa e quantitativa proprio nelle valli bresciane.
Ciò era dovuto sia all’avvenuta elettrificazione, sia ai nuovi processi di trasformazione industriale, sia alla innata capacità imprenditoriale degli abitanti, memori e partecipi di una lunghissima, secolare esperienza lavorativa nel settore.

Giuseppe Biati


(1) Per una più ampia e specifica ricerca sul forno fusorio di Livemmo, si veda il testo di Giancarlo Marchesi, Il forno fusorio di Livemmo. Pertica Alta, lo studio, il lavoro, l’inventiva, Edizioni fcb, Brescia 2009.
(2) Relazione del Capitano Marino Cavalli, 1554.
(3) Il Catastico Bresciano, vol. III, pp. 361-362.
(4) Biblioteca Queriniana, Brescia, Avviso a stampa, 1809.
(5) I dati sono ricavati sulla base del peso bresciano: kg 8,020

Nella fotografia in copertina, la fucina, in un olio di Giovanni Tabarelli

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