«La Vècia dal Val» e «L’Omasi dal zerlo»

L’origine e il significato di queste due maschere è strettamente legato al carnevale dei mestieri, ossia al travestimento di figure professionali e coerenti di un determinato contesto, agrario o urbano. Il val è un grosso cesto leggermente concavo che serviva per vagliare, cioè per setacciare l’orzo (l’unico cereale di produzione locale); il zerlo è un grosso cesto allungato da portare sulla schiena e che serviva, e serve ancora, per trasportare e spargere la grassa (letame), o legname ecc.. “Zerlo” e “Val” sono strumenti di lavoro ma anche simboli di un’economia contadina povera e non priva di difficoltà. «Si trattava di strumenti che nella vita di tutti i giorni simboleggiavano prima di tutto la fatica del lavoro su per i monti. Il gerlo quando era carico, pesava molto e spezzava la schiena e le spalle; inoltre i sentieri ripidi e tortuosi delle montagne e dei boschi non facilitavano per nulla il loro trasporto che diventava, così, faticoso e piegava le figure dei poveri contadini stanchi. Diciamo che nel nostro carnevale sia il val che il zerlo vengono utilizzati per sdrammatizzare la fatica di tutti i giorni». Sia l’uno che l’altro, infatti, sono stati tramutati in gioco carnevalesco, una coppia (marito e moglie) e un mandriano e un contadino, così da formare una coppia con portante e portato. I costumi di entrambe le maschere sono costituiti da quelli locali dei contadini e dei mandriani in uso fino alla metà del secolo scorso. Gli abiti sono in genere poveri. La vecia indossa sottane, ampi gonnellini di lana o abiti di stoffa pesante tessuta a telaio con le maniche lunghe, sopra viene annodato, sulla schiena, un grembiule che può essere di diversi colori (solitamente scuri) e può contenere motivi floreali. Indossa dei guanti e sulle spalle poggia uno scialle di lana nero o altri colori come il verde scuro; in testa è solita annodare, poi, un foulard o uno scialle anch’esso fiorato o a tinta unita. Indossa calzettoni di lana, rossi, bianchi o neri e le scarpe possono essere o dellesemplici ciabatte da casa di pelle o i classici zoccoli chiodati, con la suola di legno e tomaia di pelle chiusa con legacci (sgàlbèr). Le stesse calzature sono indossate anche dall’Omasi, il cui vestito è caratterizzato da pantaloni di stoffa pesanti con diverse variazioni di colore: dal marrone al nero, camicia bianca, gilet e giacca di panno dello stesso colore dei pantaloni, guanti e cappello di feltro. La stessa tipologia d’abito viene utilizzata anche per i fantocci, mentre il mandriano si riconosce per l’aspetto più logoro.

Oggi molti di questi vestiti vengono cuciti apposta da persone che si prendono la briga di realizzarli. Il prestito di vestiti veri e dismessi da parte della gente del luogo è diventato sempre più difficile, perché sono stati smaltiti, oppure sono custodirli gelosamente nei bauli per conservarne il valore storico. Le maschere che coprono il volto dei personaggi nelle rappresentazioni odierne sono, principalmente, di plastica ed in definitiva vengono per lo più acquistate in negozi specializzati. In tempi passati, invece, si costruivano sul luogo utilizzando un legno scolpito con la prominenza del naso, sul quale si applicavano 4-5 strati di pezza incollati con acqua e farina bianca. Alcuni giorni dopo l’applicazione la maschera di tela veniva tolta dallo stampo, si applicavano dei tagli per gli occhi e la bocca sagomando il volto a seconda dell’espressione che le si voleva dare ed infine si pitturava. Il viso, solitamente, è caricaturale e rappresenta quello di un vecchio e una vecchia, con la cera un po’ pallida, la pelle raggrinzita e tratti iperbolici: lunghi o grossi nasi, bocche sproporzionate, spesso atteggiate a ghigni mefistofelici, gote sporgenti o gonfie, capigliatura arruffate. L’espressione del volto è varia e comune, nonostante l’esagerazione dei lineamenti, la maschera ritrae in modo abbastanza fedele la realtà che vuole rappresentare: una faccia umana vecchia, inevitabilmente più brutta, secondo i canoni estetici correnti, dove la deformazione consiste nella tendenza all’ampliamento: bocca grossa, orecchie sproporzionate, naso lungo e sopracciglia folte. Questa fedeltà rappresentativa – unita alla “prestazione” delle maschere, tra cui una caratteristica postura ingobbita, evidente soprattutto sia nell’omasi che regge il gerlo sulle spalle, che nelle maschere che impersonano i poveri vecchi contadini, è talmente forte da rendere il confine tra la realtà e la rappresentazione abbastanza labile. Tali maschere non sono in funzione dell’alterità, basata sul rapporto riconoscibile tra attore  e maschera (come nel caso dei balarì di Bagolino), ma in funzione dell’anonimato, del mancato riconoscimento dove l’offesa più grave che si può ricevere è quella di avere la maschera strappata dal viso. Particolari sono i movimenti della “Vecià del Val”, che entra sulla scena ruotando su se stessa per la maggior parte del tempo. Ogni tanto alterna movimenti oscillatori che vanno da destra a sinistra o viceversa. Le musiche che accompagnano le sue danze sono prevalentemente valzer o mazurche. Più pacati quelli dell’omasi che in linea generale si limita ad evidenziare la fatica dovuta al peso del gerlo cadenzando passi lenti e sofferti. Il movimento assume un’importanza particolare perché deve continuamente ingannare l’occhio dello spettatore che non deve assolutamente distinguere la vera “natura” del mascherato, del portato e del portatore.

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